La distanza fra israeliani e palestinesi sui temi nodali del conflitto è ancora grande. Per questo il vertice di Annapolis non sarà molto più di un evento ufficiale accompagnato, tutt’al più, da un proclama di speranza per il futuro. Su entrambi i fronti i partecipanti alla trattativa sono in larga misura ostaggi degli estremisti che impediscono loro di fare alcuna concessione significativa. Eppure è bene ricordare che le posizioni di israeliani e palestinesi sono meno lontane oggi di quanto non lo siano mai state in questi ultimi cento anni di rabbia e di sofferenza. Entrambi accettano il principio di due Stati per due popoli e che il confine ricalchi pressappoco quello anteriore alla guerra dei sei giorni del 1967. Entrambi riconoscono l’obbligo di risolvere i nodi di Gerusalemme, degli insediamenti, dei profughi, dei confini, della sicurezza e del rifornimento idrico mediante una trattativa. Entrambi sanno - anche se non lo ammettono - che in fin dei conti l’accordo di pace sarà molto simile alla bozza Clinton-Taba-Ginevra e che se il negoziato dovesse fallire arriverebbe l’ora degli estremisti. E in effetti costoro attendono il fallimento, pregano che si arrivi a un vicolo cieco. E il tempo gioca a loro favore. La responsabilità principale di un progresso nella trattativa pesa sulle spalle del governo e dell’opinione pubblica israeliani perché è Israele ad avere il controllo dei territori palestinesi, non il contrario. Se Ehud Olmert sceglierà di concedere ai falchi della sua coalizione (o sarà costretto a farlo) la facoltà di arrestare l’intero processo di pace, il risultato sarà che, di qui a breve, avremo Netanyahu al governo. Ma non solo. Anche da parte palestinese gli estremisti avranno il sopravvento sui moderati e anziché con Abu Mazen ci ritroveremo a fare in conti con un fronte bellicoso nel quale sarà l’Iran a tirare i fili. Il banco di prova della leadership di Olmert non sarà il suo talento a barcamenarsi tra Lieberman ed Eli Yishai (il capofila della destra estrema e quello dell’ortodossia sefardita all’interno del suo esecutivo, ndt) ma la sua determinazione a perseguire un cambiamento storico. La destra radicale in Israele sostiene che Abu Mazen è troppo debole per concludere la pace. È la stessa destra che sosteneva che Arafat era troppo pericoloso per concludere la pace. La verità è che c’è un rapporto diretto tra l’indebolimento, o il rafforzamento, di Abu Mazen e i risultati del suo approccio moderato in un negoziato con Israele. Il presidente palestinese rimarrà debole fintanto che noi lo indeboliremo non concedendogli di ottenere nessun risultato concreto. Cosa succederà se l’attuale negoziato dovesse fallire? In quel caso la soluzione di due Stati per due popoli potrebbe sfumare per sempre e saremo costretti a scegliere tra due catastrofi di proporzioni storiche: un unico Stato (nel quale gli arabi saranno quasi la maggioranza) tra il Giordano e il mar Mediterraneo, o un governo di apartheid "all’israeliana" che perpetuerà gli insediamenti e opprimerà con la forza i palestinesi i quali, a loro volta, continueranno a ribellarsi all’occupazione. Dobbiamo andare ad Annapolis e da lì proseguire, consapevoli che i due popoli già sanno, più o meno, quale sarà l’accordo finale: uno Stato palestinese entro i confini del 1967 a fianco di quello ebraico, con alcune modifiche di confine, senza il ritorno dei profughi in Israele e Gerusalemme capitale dei due Stati. Tutti lo sanno, anche gli oppositori su entrambi i fronti. Il paziente - Israele e i palestinesi - è già quasi pronto per l’intervento. Ma i medici si mostreranno abbastanza coraggiosi?
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

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