Unanimi il plauso e la meraviglia per il successo televisivo di Benigni. Ma che la qualità paghi, che il popolo bue sia meno bue di quanto prevedono i tabulati del marketing, non è mica una novità. Lo si dice ogni volta che Benigni o Paolini o una fiction di livello o un film d’autore fanno grandi ascolti. Lo si dice e lo si sa da parecchio tempo. E dunque il tono di sbalordimento, di eccitata ammirazione per "il coraggio della rete ammiraglia", andrebbe ribaltato: bisognerebbe chiedersi, piuttosto, come mai quasi tutti gli altri giorni alla qualità si rinuncia in partenza. Ovvio che di Benigni non ce ne sono a grappoli, che non sempre è possibile alzare il tiro e le ambizioni. Ma l’alibi terrificante della "gente che non capisce", della qualità "troppo alta per la televisione", quello almeno dovrebbe essere bandito. Quello è ipocrisia allo stato puro, è dolo, è pigrizia, è roba da nemici del popolo. Più onesto, piuttosto, sarebbe dire "non siamo capaci, ci proviamo ma non ce la facciamo": la qualità è fatica, non arrivarci è umano. Disumano, invece, è leggere Proust a casa propria e nei palinsesti ficcarci la roba di scarto. Far vedere agli altri ciò che non vorresti mai far vedere ai tuoi figli.

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