"La morte di un proletario fa meno audience di un delitto di provincia". Lavoro con le parole da troppi anni per non diffidarne. Ma queste di Niki Vendola mi hanno colpito per la precisione emotiva, e la potenza polemica. Dell’antica tradizione comunista italiana Vendola esprime il meglio, e il meglio fu l’idea coraggiosa, e oggi quasi inverosimile, che un politico e un intellettuale debbano necessariamente essere la stessa cosa. Non so quanta fortuna e neanche quanta congruenza, in questo Paese, possa avere la "cosa rossa", che ha fatto capolino nei telegiornali carica di veneranda vecchiezza, e di un orgoglio perfino eccessivamente indifferente alle sconfitte. Ma sarò molto contento se a guidarla ci dovesse essere Vendola, uno che riesce a far risuonare la parola "proletario" senza farsi cogliere da smarrimento, senza dubitare dell’anacronismo, e anzi la sfodera come un’arma nuova, disseppellendola come un’ascia di guerra. Abbiamo bisogno di intelligenza e di generosità intellettuale come del pane, siamo sfiniti di raccattare briciole, nutrirci di espedienti. Vendola abbia l’umiltà di rimanere così presuntuosamente "alto", è esattamente il sacrificio che chiediamo ai politici.

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