Uno che invita pubblicamente a "bastonare sulla schiena la canaglia romana", in un paese decente viene preso sottobraccio da due gendarmi col pennacchio in testa, uno a destra e uno a sinistra, che lo portano davanti a un magistrato a rispondere delle secchiate di odio, di razzismo e di volgarità che vomita addosso da vent’anni alla stragrande maggioranza degli italiani, anche del Nord, che disprezzano cordialmente lui, la Lega, il Dio Eridanio e tutto il ridicolo armamentario "padano". Ma siccome non siamo un paese civile, Umberto Bossi può insultare e minacciare chi vuole, promettere pallottole ai giudici e buttare "trecentomila fucili" sul tavolo della politica, con la beata certezza che non può succedergli niente di grave o di seccante.
Per altro, se dopo vent’anni di indefessa attività politica il Bossi è ancora un sottoposto di Berlusconi, e dispone più o meno degli stessi voti di Mastella (e molti meno di Casini), forse ha ragione chi lo lascia urlare e minacciare: si può avere timore di un capo rivoluzionario, non è decoroso temere una macchietta regionale.

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