Basterebbe avere letto anche mezza pagina di Amos Oz, o di David Grossman, per capire quanto sia stupida e tracotante la pretesa di boicottare la Fiera del Libro di Torino per la speciale ospitalità che offre quest’anno alla letteratura israeliana. Desta ancora più amarezza il fatto che quella Fiera si sia distinta, negli anni, per la intelligente apertura alle culture degli altri, e per avere scientemente indicato nella letteratura il luogo per eccellenza dove incontrarsi e conoscersi.
Senza i suoi scrittori Israele avrebbe muri molto più arcigni. Il dolore e la paura non avrebbero, senza il racconto e senza i libri, l’elaborazione della pietà e la consolazione della parola. La censura è una risorsa dei pavidi, e fa benissimo il sindaco Chiamparino a ricordare che Torino è la città di Primo Levi. Chi ha qualcosa da dire sulla questione palestinese (magari qualcosa di altrettanto profondo e intelligente di quanto scrivono da anni gli scrittori israeliani) avrà luogo e modo di farlo nei tanti dibattiti e incontri che caratterizzano una manifestazione affollata, civile e rispettosa delle idee di tutti. O sarà libero di rimanersene a casa a rimuginare sui propri pregiudizi.

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