Sarà un’impressione, sarà un’illusione, ma i primi scambi di battute tra i politici in lizza paiono meno sgangherati e iracondi di quanto eravamo abituati a sopportare. In parte, questo è un merito di ciò che chiamiamo (a volte molto genericamente) antipolitica: il diffuso disgusto dell’opinione pubblica per gli atteggiamenti tracotanti e i toni volgari, per la qualità bassa, per i pessimi esempi, è oramai così percepibile che i politici si sentono osservati con occhio molto critico. E chi si sente osservato, magari evita più facilmente i gomiti sul tavolo. In questo senso dobbiamo ringraziare, tra gli altri, quel figuro che in Senato ha mangiato mortadella e tracannato spumante, facendo il giro del mondo come icona della cafonaggine italiana. Ha catalizzato il disgusto per la politica in maniera così perfetta, così magistrale, da costringere i suoi colleghi a riflettere, e darsi una regolata. Ha segnato una specie di Ground Zero della catastrofe politica nazionale, riuscendo a far sentire in colpa perfino i suoi sodali di partito. Di ieri la notizia che non lo candidano più: il classico capro espiatorio.

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