Non ho la più vaga competenza per capire che cosa potrebbe voler dire il ventilato fallimento di alcune banche, inghiottite da non so quale voragine finanziaria. Immagino si tratterebbe di una catastrofe, con ripercussioni percepibili anche dal famoso uomo della strada, nel quale per l’occasione mi identifico: delle banche capisco a mala pena il funzionamento del Bancomat, che si affaccia sulla pubblica via. E lo immagino gemere, eruttare banconote bruciacchiate e quindi collassare, nel giorno ferale del Grande Crack Mondiale, davanti ai miei occhi atterriti.
Mi piacerebbe però che la sciagura imminente, per compensare il lutto pecuniario nel quale ci sprofonderà, servisse almeno a farci capire qualcosa di più dei misteriosi, sfuggenti, eterei meccanismi finanziari, che sorvolano le nostre teste come nembi. Immagino la morte di una banca come la morte di un robot in certi fantafilm, la scorza metallica e impenetrabile che si squarcia, e fili, chips e un turpe siero lubrificante che fuoriescono rivelando l’orrido e fascinoso sistema che li faceva muovere e parlare. Magari sarà possibile, di fronte al giocattolo rotto, reso così simile a noi dalla morte, provare un poco di pietà per una banca.

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