Una delle conseguenze più nefaste dell’alluvione di cronaca nera di questi ultimi anni è il tifo da stadio che fa ala ai protagonisti, per osannarli o subissarli di fischi. Il dolore, il mistero, la tragedia suggerirebbero silenzio: se non altro perché sentiamo di non esserne all’altezza. Invece il signore di Gravina in Puglia coinvolto nella morte dei suoi due figli è rientrato a casa dal carcere tra due piccole ali di folla plaudente. Poiché neanche gli inquirenti e la magistratura sanno rigirarsi tra le oscure pieghe di quel terribile evento, è escluso che uno solo dei plaudenti sappia alcunché a proposito della colpevolezza o dell’innocenza di quel signore. Ma non sapere un cavolo di niente di quanto accadde davvero quella sera, e di quanto è scritto nelle carte dei giudici, non è che un dettaglio di fronte al godimento estremo di sentirsi le rumorose comparse di una diretta televisiva. E così come si applaude si inveisce: odio e amore, ragioni e torti sono separati da un trascurabile diaframma, l’importante è vociare tutti assieme, dare sbocco alle emozioni di pancia, fare parte dello spettacolo. Che sia uno spettacolo ripugnante, messo in scena fifty-fifty dal cinismo dei media e da un popolino che abbocca a qualunque amo, importa ancora a qualcuno?

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