In un supermercato della Val Pusteria ho visto un distributore di detersivi sfusi. Ogni cliente compera un contenitore di plastica durevole e lo riempie di volta in volta, evitando di buttare tra i rifiuti molti chili di plastica all’anno. Nel nostro Paese quasi la metà dei rifiuti è costituito da confezioni e imballaggi. Alcuni riciclabili, altri no.
L’allarme sociale sui rifiuti è altissimo, ma i casi concreti di buona volontà, di cambiamenti virtuosi, sono ancora relegati alla sfera delle iniziative di nicchia, e alla coscienza di una élite di bene informati e bene intenzionati. Le responsabilità della politica, in questo senso, sono enormi. Il metabolismo dei consumi è anche il metabolismo del pianeta, dunque qualcosa di basico, di strutturale, comune a tutti. Pure, la campagna elettorale non sembra permeabile a un argomento così decisivo e popolare: "pensiero unico" vuole anche dire che l’intero dibattito politico è come inghiottito dall’ansia dello "sviluppo", come se si stesse parlando di un corpo destinato all’ingrasso senza mai badare a ciò che quel corpo contiene, produce, espelle. Qualcosa di malsano e di ottuso abita le nostre vite, basterebbe indicarlo con un dito per ottenere attenzione e (anche) credito politico. Ma le dita, tutte e dieci, sono occupate a indicare altro. Fino a quando?

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