Una volta erano solo i regnanti e i loro cari a considerare un dovere pubblico l’ostensione dei cavolacci propri: fidanzamenti, matrimoni e divorzi venivano esposti con pazienza sacrificale all’entusiasmo delle signore sotto il casco del parrucchiere. Oggi il casco del parrucchiere è diventato grande come la volta celeste, e in fin dei conti è come se tutti facessimo lo stesso sciampo e la stessa permanente. Perfino le terze nozze della ex moglie di un presidente francese sbucano a tradimento dai telegiornali più incravattati, e nello stesso insigne spazio che appartenne al ripudio dell’imperatrice Soraya, o al clamoroso matrimonio tra la vedova Kennedy e il re degli armatori Onassis, oggi ci sono gli avanzi riscaldati dei serial-matrimoni di una classe di potere borghese che vive, a parte l’alloggio e l’automobile con autista, tal quale a noi altri, le stesse cerimonie con rinfresco, gli stessi divorzi davanti a un giudice sonnacchioso, le stesse crisi di menopausa e andropausa. Ci vorrebbe, se non una stretta di ordine deontologico, almeno un protocollo giornalistico che stabilisse che non ce ne può fregare di meno di Cecilia. Dateci imperatrici sterili, o re sessuomani, o principesse fedifraghe, tenetevi nei cassetti le comparse. Ci assomigliano troppo. Grazie.

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