La fiaccola olimpica gronda d’ipocrisia, e non da oggi. Ma è una di quelle convenzioni retoriche senza le quali perfino la speranza della comprensione tra i popoli (o quello che ne rimane), perfino l’umanitarismo trombone e demodè dello "spirito olimpico", cesserebbero di esistere. In fin dei conti spirito olimpico, fiaccola e braciere hanno tutti i pregi e tutti i difetti del politically correct: abbondano di finzione e di simulatissima concordia, ma se non ci fossero il mondo ne uscirebbe perfino più diviso e incattivito. (Meglio il buonismo del cattivismo).
Per questo ho un piccolo tuffo al cuore quando vedo il tedoforo assalito, e la sua torcia che vacilla. Preferirei, anche quando le contestazioni hanno basi sacrosante come nel caso tibetano, che il bisogno di visibilità mediatica non travolgesse anche un simbolo di fratellanza così precario. Il tedoforo, anche quando sia un vanitoso, un imbecille o un mascalzone, per quelle poche centinaia di metri è sacro. Rappresenta l’umanità, quella potente e quella impotente, quella economicamente boriosa e quella succube. Non credo che il boicottaggio olimpico servirebbe a migliorare la situazione dei tibetani. Credo che servirebbe a peggiorare l’umore del mondo. Già piuttosto spento.

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