Torna d’attualità, per comprensibili ragioni, l’argomento "sinistra antipatica": sotto accusa il "complesso di superiorità etica" della sinistra, che le impedirebbe di capire le ragioni altrui, e quanto si muove nella pancia e nel cuore del paese reale. Benissimo, verissimo, d’accordissimo. Ci vorrebbe un bagno di umiltà.
Detto questo, una sola domanda, più tecnica che etica: ma se uno vede una cosa che proprio gli fa schifo (tipo il senatore leghista che "disinfetta" con l’alcol i vagoni che trasportano le prostitute africane; o i giovani fascisti che per sfregio vogliono regalare le stampelle alla Levi Montalcini), può azzardarsi a dirlo, oppure rischia di urtare un sentimento popolare genuino come il razzismo? Tutto ciò che vediamo e tocchiamo con mano è rispettabile in quanto tale, perché "fenomeno sociale" in atto da tempo e cretini noi che non l’avevano ancora notato, ancora capito, oppure è ancora possibile mantenere vivo almeno un pezzetto del nostro senso critico, persino d ella nostra necessità di incazzarci, senza essere additati come gente con la puzza sotto il naso? E se poi è un operaio o un’impiegata o un tramviere, "popolo" insomma, a dire male del razzismo, o a dire male di Berlusconi, che si fa, li si inserisce in blocco nella comoda casella sociologica "sinistra snob"?

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