‟Tutto si realizza soltanto sul piano dei destini personali, delle relazioni private…e non sa proiettarsi in una dimensione pubblica, istituzionale, di perseguimento del bene comune”. Così Aldo Schiavone su Napoli (Repubblica di ieri). Ma se in quell’editoriale, illuminante, sostituite alla parola "Napoli" la parola "Italia", il ritratto socio-antropologico rimane, a parte alcune notevoli varianti locali, quasi identico. Non solo i vizi, anche le virtù, non solo i dolori, anche le felicità, non solo gli scuri, anche i chiari appaiono definitivamente sconnessi da un quadro generale leggibile e condiviso. Il bene, al quale ci appelliamo impauriti quando il male sembra vincere, esiste, ma non ha più il volto familiare della politica, della "città" o della "nazione", di movimenti collettivi virtuosi e solidali. Il bene è come un pane sminuzzato, e ciascuno se ne porta una briciola in tasca.
Credo che il cuore del nostro sconcerto stia soprattutto qui: nel sentirci soli anche quando facciamo il giusto, cosa che ogni tanto ci capita ancora. Nel non sapere più dove conferire virtù oramai privatizzate, a quale mulino portare il grano e in quale cantina sociale l’uva da premere. La Napoli descritta da Schiavone, ex società ma non ex umanità, sembra il brutale e drammatico riassunto di ciò che altrove siamo, o stiamo per essere, tutti noi italiani.

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