Forse Gianni Alemanno, che per unanime riconoscimento è stato un buon ministro dell’Agricoltura, potrebbe spiegare a Silvio Berlusconi che il suo suggerimento di combattere la fame portando gli Ogm nei paesi poveri è semplicemente catastrofico. Per almeno due motivi tutt’altro che ideologici, entrambi acclarati. Il primo è che la fame non dipende dalla mancanza di cibo, ma dalla mancanza di soldi: il pane e il riso ci sono (la produzione agricola mondiale è eccedente rispetto al numero di bocche da sfamare), è il denaro per comperarli che non c’è: affamato è dunque uno dei tanti sinonimi di povero. Il secondo è che proprio l’espianto delle colture locali, per fare posto all’agroindustria, sta riducendo alla miseria (e dunque alla fame) milioni di contadini che non solo non possono più riempirsi lo stomaco con l’autoproduzione, ma sono costretti a comperare dalle multinazionali, a prezzi di mercato sempre più esosi, sementi brevettate: una proletarizzazione su scala mondiale del mondo agricolo.
Gli Ogm, anche a prescindere da rischi non dimostrati per la salute umana, sono, nei fatti, uno dei volti moderni dell’imperialismo economico. Alemanno si è occupato di questi problemi per anni. Sarebbe un vero peccato che il centrodestra di governo disperdesse un’esperienza così preziosa.

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