Volendo riassumere – senza troppa malizia – i primi passi dell’ennesimo governo Berlusconi, lo schema è questo: sulle ali dell’entusiasmo si annunciano decisive e radicali svolte, dal licenziamento dei fannulloni alla redenzione delle prostitute, dalla riduzione dei delitti alla certezza delle pene, dall’estinzione delle tasse inique alla potatura del crimine. Poi, si sa, il Paese è complicato, corporativo, abituato ai suoi vizi, disavvezzo alle cure da cavallo: e il giorno dopo l’annuncio palingenetico, tutto si stempera e si rimodella. Leggi che parevano scolpite nel granito diventano di cera e vengono sottoposte al vaglio di questo e di quello, emendate e rimandate, edulcorate e ripensate. Il reietto e il fannullone, la puttana e lo scroccone che sui titoli dei giornali del giorno prima parevano spacciati, braccati dall’implacabile Nuovo che avanza, appaiono un po’ meno reietto, un po’ meno fannullone, puttana e scroccone. E al posto dei capestri festosamente annunciati, in piazza si allestisce, come d’abitudine, forse come d’obbligo, il solito "tavolo delle trattative", come se fosse morotea o dorotea la mano del carpentiere.
Niente di grave, niente di nuovo. Solo bisognerebbe che i vari siti, virtuali e reali, nei quali si accalcano i berlusconiani purosangue, mutasse slogan: non più "facci sognare", ma "facci ragionare". Meno esaltante, ma più utile.

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