Vedendo al cinema Gomorra mi ha colpito la complessiva bruttezza fisica dei protagonisti, nonché la bruttura ambientale che fa loro cornice. Non è una forzatura registica: è il tentativo, credo riuscito, di rendere esplicito il degrado antropologico di quegli ambienti. Foto segnaletiche e riprese di telegiornale, del resto, assegnano implacabilmente a camorristi e mafiosi, ai loro quartieri, alle loro case, ai loro familiari, i connotati inconfondibili di una "povertà" fisica, di una volgarità umana, che contrasta fortemente con la loro ricchezza smisurata e il loro potere di vita e di morte. In Gomorra i quattrini rigurgitano da ogni cassetto, frusciano in ogni mano: ma sono cassetti e mani che non paiono avere assorbito, dal potere e dall’agio, niente che possa redimere un passato di ignoranza e di povertà. Mafiosi e camorristi possono accumulare anche cento miliardi di euro a testa senza dismettere faccia e modi delle classi subalterne.
Se mai fosse possibile - un miracolo, un’illuminazione - che un boss mafioso, guardandosi allo specchio, si accorgesse che il sangue e il denaro, lungi da farne "un signore", ne hanno fatto un super-cafone; se insomma riuscisse a vedersi così com’è, in termini estetici un caratterista di quartiere, altro che Capo dei Capi: allora forse finirebbe la camorra e finirebbe la mafia.

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