Finalmente si comincia a capire che cosa voleva dire davvero lo slogan sessantottino (fascinoso ma ambiguo) "il privato è politico". Voleva dire che prima o poi sarebbe entrato in scena un gruppo di potere che dalla sua vita amorosa avrebbe tratto inesauribile impulso politico. Non solo e non tanto perché il suo leader sarebbe riuscito, tra gli applausi, a promuovere le vanterie sessuali a Simbolo del Primato (vedi Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, a proposito del Duce e del suo Affare). Ma anche perché parte del casting governativo, televisivo, forse perfino istituzionale, pare infine espressione diretta del talamo. Gli affari di letto, la cui pregnanza è indiscutibile, ma ai tempi della democrazia borghese raramente assumevano carattere pubblico, sono alla fine diventati affari di Stato, e dicono che a Roma non si parli d’altro, in questi giorni, che di copule e copulanti. Le cadute e le risalite alle quali, con squisita allusione, ci si riferisce nelle terrazze che contano, riguardano al tempo stesso le carriere politiche e lo stato di servizio dei membri. (Per l’esattezza: dei membri dei membri). Uno dei possibili sbocchi è dunque che alla Democrazia subentri la Fallocrazia, in fondo praticata con successo nelle società primitive. Saranno gli antropologi, non più i politologhi, a interpretare i fatti. In ombra il Mulino, si spera che Levi Strauss, centenario a Parigi, viva abbastanza da spiegarci il governo Berlusconi.

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