Chi di spada ferisce, di spada perisce: questo, un re come Enrico VIII, avrebbe dovuto saperlo. Il sovrano che per risposarsi non esitò a rompere con il Papa di Roma resterebbe di stucco nell’apprendere che la sua chiesa è alla vigilia di un altro scisma, con una considerevole parte di clero e fedeli in procinto di tornare sotto le insegne dei cattolici romani; e che il motivo, anche stavolta, sono le donne. Chissà se lunedì notte il reverendo Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, leader spirituale di 80 milioni di anglicani, quando si è preso la testa fra le mani, ha rivolto un pensiero ad Anna Bolena e alle successive cinque mogli del monarca che nel 1534 fondò la Chiesa d’Inghilterra. Dopo sei ore di infuocata discussione, il Sinodo Generale, massima autorità della religione anglicana, aveva appena approvato l’ordinazione delle donne a vescovo, innescando un meccanismo che un giorno potrebbe portare una di esse alla carica oggi occupata dallo stesso arcivescovo Williams: l’equivalente di una papessa.
Alti prelati dell’ala tradizionalista sono fuggiti in lacrime dai banchi della cattedrale di York, bollando la decisione come un’irrimediabile ‟eresia”. L’immagine di un mondo cristiano che corre in opposte direzioni non poteva essere più lampante.
Le donne vescovo, in realtà, sono la goccia che fa traboccare il vaso della discordia tra liberali e conservatori, le due correnti della chiesa anglicana, e in senso più esteso di tutti i cristiani. Gli appelli a una scissione si moltiplicano da quando la chiesa episcopale americana, una delle denominazioni degli anglicani nel resto del pianeta, ha eletto vescovo tra mille polemiche un sacerdote dichiaratamente gay, Gene Robinson.
L’arcivescovo di Canterbury, di inclinazione liberale ma impegnato a tenere unita la sua chiesa, tenta la mediazione tra chi vorrebbe innovare, seguendo l’evoluzione della società occidentale, e chi intende restare ancorato alla dottrina più ferrea. Ma è un’operazione che appare sempre più ardua, per non dire impossibile. Mentre nei paesi anglosassoni, Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Canada, la maggioranza degli anglicani è orientata alla modernizzazione, in Africa e in altre regioni del Terzo Mondo le tradizioni vengono difese con tal foga da meritare agli anglicani l’etichetta di ‟anglo-cattolici”, per sottolineare quanto siano vicini alla chiesa di Roma.
Questa vicinanza, ora, potrebbe diventare formale. Dopo che i vescovi dell’ala conservatrice si sono riuniti a congresso il mese scorso a Gerusalemme, proclamando la costituzione di un ‟corpo separato” all’interno della chiesa anglicana per rafforzare la lotta contro gli episcopali americani e i loro alleati liberali nel Regno Unito, la stampa londinese ha rivelato che emissari di questa corrente sono arrivati a Roma nei giorni scorsi per avviare un negoziato ‟segreto” col Vaticano. Lo scopo, evidentemente, è una possibile riunificazione, un ritorno dei protestanti anglicani nella casa del Papa. I portavoce della Chiesa d’Inghilterra e della Santa Sede hanno dichiarato di non essere ‟a conoscenza” di un simile incontro ‟a Roma”. Ma ieri, dopo che il Vaticano aveva espresso ‟rammarico” per la decisione sulle donne vescovo, l’Osservatore Romano ha scritto che un certo numero di vescovi anglicani potrebbero ‟aderire alla Chiesa cattolica” in seguito alla frattura verificatasi nella chiesa d’Inghilterra. Un esempio di understatement all’inglese: sarebbero almeno 1.300 soltanto in Gran Bretagna, secondo le indiscrezioni, i vescovi e sacerdoti decisi allo scisma a causa delle donne vescovo. Con la sua recente conversione al cattolicesimo, insomma, Tony Blair sembra avere anticipato una tendenza più ampia: la religione cattolica, in un paese ampiamente secolarizzato come il Regno Unito, guadagna proseliti, mentre quella anglicana li perde. Bisognerebbe dirlo alla regina Elisabetta, che degli anglicani rimane il capo supremo, come lo fu il suo predecessore Enrico VIII.
Non è la prima volta che tra gli anglicani si parla di scisma: accadde anche sedici anni fa, anche allora con enormi controversie, e pure allora c’entravano le donne. Quando nel 1994 il Sinodo Generale approvò il sacerdozio femminile, 500 membri del clero lasciarono la Chiesa d’Inghilterra, approdando per la maggior parte in quella cattolica. Ma l’esodo, alla prova dei fatti, fu meno destabilizzante del previsto. L’esito del conflitto odierno, tuttavia, è più incerto. Un conto è una donna sacerdote; un altro è una donna vescovo: il gradino successivo è una donna arcivescovo, ossia leader spirituale di tutti gli anglicani.
I tradizionalisti lo condannano come una grave violazione della Sacre Scritture, sottolineando che Gesù scelse soltanto uomini tra i suoi dodici discepoli: la prova, dicono con lo stesso linguaggio dei cattolici, che sarebbe eresia offrire un alto ministero quale è il vescovado alle donne.
‟Stiamo precipitando giù per una slavina di cui non si vede il fondo”, commenta padre David Houlding, uno dei prelati "anglo-cattolici" più in vista. Ribatte Christina Rees, presidentessa di ‟Women and the Church”, una lobby a favore delle donne nel sacerdozio: ‟Questa è una svolta buona per la chiesa, buona per le donne, buona per tutto il Paese”. Come lei la pensa una schiacciante maggioranza degli anglicani britannici. Il Sinodo è composto di tre gruppi: vescovi, clero e laici. La mozione sulle donne vescovo è passata largamente in tutti e tre: 28 a 12 tra i vescovi, 124 a 44 tra il clero, 111 a 68 tra i laici.
Affinché la decisione si concretizzi nella nomina di una donna a vescovo, occorre una maggioranza di due terzi in ciascuno dei gruppi, in occasione di un nuovo voto che, secondo una complessa trafila burocratica, non arriverà prima del 2011 o del 2012: attualmente il quorum di due terzi manca dunque solo tra i laici, ma è possibile che entro qualche anno sia raggiunto anche lì, specie se nel frattempo i dissidenti saranno migrati verso il cattolicesimo. A quel punto, probabilmente non prima del 2014, una donna diventerà per la prima volta vescovo della chiesa fondata da Enrico VIII.
‟Guardo al problema con gli occhi di uno che si è impegnato all’ordinazione delle donne all’episcopato, e sarei profondamente scontento di qualsiasi misura che possa umiliare le donne vescovo”, ha detto l’arcivescovo di Canterbury sotto le volte della cattedrale. Eppure ha cercato fino all’ultimo di trovare un compromesso. Ha ostinatamente proposto una serie di emendamenti che in teoria dovevano rasserenare lo sdegno dei tradizionalisti: ma sono stati bocciati dal Sinodo, uno dopo l’altro. Colui che sperava di fare da ponte tra protestanti e cattolici, tra modernizzatori e tradizionalisti, sospingendo i cristiani, all’alba del ventunesimo secolo, a riconoscere ciò che li unisce piuttosto di ciò che li separa, ha allora compreso di avere fallito. Forse per questo, alla fine, il reverendo Williams si teneva la testa fra le mani, pensando alle sei mogli di Enrico VIII e all’ironia della sorte.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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