L’unica divinità nella quale credo è l’angelo custode. Non si spiega altrimenti la miracolosa incolumità di milioni di ragazzi occidentali immersi nelle varie movide notturne, tra cascate di alcolici, firmamenti di pasticche, corse in macchina e in moto, insonnie titaniche, l’adrenalina che guida la danza. La morte violenta della povera Federica è uno dei rari lutti di quella bolgia desiderosa che chiamiamo giovinezza. Ma il numero degli scampati e degli incolumi è tutto sommato esorbitante, e confortante, rispetto alla quantità e alla qualità dei rischi. Nel piangerla, sventurata vittima, salutiamo con sollievo ogni alba il ritorno a casa degli altri soldati di questa guerra dei sensi, i nostri figli apparentemente esposti ad ogni insalubrità, ogni rischio, ogni tentazione, infine salvati dalla potenza luminosa della vita che confligge dai tempi dei tempi con la ferocia della morte.
All’angelo custode è anche dedicata la sola preghiera cristiana che io ricordi a memoria, bella ed espressiva come una poesia: ‟Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen”. L’angelo di Federica dev’essere affranto, le è sfuggita di mano e ha perduto la sua gara. Si aggira per i locali di Catalogna, forse beve per dimenticare. Beviamo un goccio con lui, piangiamo insieme a lui.

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