Ogni giorno si legge che "miliardari russi", non tutti noti per il limpido marchio di fabbrica, hanno comperato qualche fetta di mondo. Hanno preso il posto dei mitici "sceicchi arabi" nel ruolo del nababbo cosmopolita, dotato di tasche senza fondo, discutibile senso estetico, ambizioni smisurate. Fa una certa impressione sapere che la loro fortuna clamorosa e rapidissima deriva dalla bancarotta del comunismo, e dallo sbancamento impudente e vorace delle enormi ricchezze dell’Unione Sovietica. Il saccheggio degli ex "beni del popolo" è stato fulmineo, specie sotto Boris Eltsin, una delle Grandi Rapine della storia umana, e oggi il bottino viaggia libero e incontrollato per il mondo come monito definitivo per chi punta a un controllo sociale del benessere.
Mai come oggi il benessere è frutto di destrezza, amicizie altolocate, sopraffazione, traffici disinvolti di valuta. Il comunismo si illuse di potere imporre l’equità con la violenza, e la virtù con la costrizione. Calcolo sbagliato e in ultima analisi sciagurato, perché il triste esito di quel tentativo è stato la nascita di una delle più sfrontate caste di straricchi mai viste al mondo. Quanti decenni o secoli ci vorranno per ripensare all’equità in termini più credibili, e soprattutto più duraturi?

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