Ma che malattia avrà, esattamente, la sinistra italiana? Disponeva di uno dei pochi nuovi leader in circolazione, quel Nicky Vendola che aggiunge alla fama di disinteresse personale e idealismo la rara capacità di farsi capire perfino da chi ha meno di settant’anni. È stato implacabilmente trombato, tra canti ottocenteschi e nostalgie novecentesche, inscatolandolo sotto forma di minoranza di una minoranza, in schizofrenico spregio alle indicazioni di un Bertinotti inspiegabilmente abbracciato e applaudito, salvo poi seppellire il suo invito a rinnovarsi sotto le solite, inamovibili macerie.
Ripeto, che malattia è? Se è la paura di perdere la carica antagonista, il bene prezioso della cultura critica, che cosa aveva Vendola di inadatto o di controindicato? Perché mai un ragazzo immigrato, un precario stagionato, un omosessuale esasperato dai veti della Chiesa, un giovane operaio con l’orecchino, dovrebbe sentirsi rappresentato dal "serrate i ranghi" di una generazione di ex, che non riesce a scrollarsi di dosso i calcinacci del Muro di Berlino? A che servono i partiti, a preservare se stessi, la nomenklatura, i privilegi (infimi, in questo caso) della carica, il prestigio (residuo) di essere "compagni dirigenti"? Aggiunto al catastrofico congresso dei Verdi, quello di Rifondazione conferma lo stato esiziale di un pezzo d’Italia del quale si avrebbe pur bisogno.

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