Inserendo i morti sul lavoro tra i costi fisiologici da pagare al progresso, in fin dei conti il ministro Scajola non ha fatto che esplicitare un pensiero molto cinico ma molto corrente. Si potrebbe addirittura convenire sulla sensatezza di questa opinione, non fosse che per un particolare: il famoso ‟prezzo da pagare” non è spalmato, come si dice oggi, su tutte le categorie sociali. A lasciarci la pelle, precipitando da un’impalcatura o soffocando in miniera o bruciando in fabbrica o avvelenandosi con l’amianto, in genere non sono i manager, o i direttori dei lavori, o gli stati maggiori di ogni ordine e grado. Sono gli operai, i minatori, i contadini (categoria che vanta il maggior numero di suicidi al mondo per catastrofe economica), e questo dato non aiuta, diciamo così, a digerire più allegramente la cosa.
Ciò che rende inaccettabile questo ‟prezzo” non è tanto la sua quantità (comunque ingente), quanto la sua qualità: è un prezzo iniquo perché ricade, da sempre, sui deboli e i socialmente indifesi, sui disperati disposti a tutto pur di guadagnare qualcosa. In margine alle commemorazioni – non discuto se sincere o ipocrite – sono poi signori generalmente pasciuti, e dalla vita sicura, che discettano sui ‟costi del progresso”. Ne pagassero una fettina pure loro, almeno ogni tanto, sarebbe meno fastidioso commuoversi al loro fianco.

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