Mi chiedo se i giornali esteri, le rare volte che rendono conto ai loro lettori di quanto si scrive sulle testate italiane, le definiscano "autorevoli" a prescindere, come facciamo noi quando parliamo di Economist o New York Times o Newsweek. Segno del nostro provincialismo (e/o del nostro complesso di inferiorità), elogi e critiche sul nostro conto, specie quando di provenienza anglosassone, suscitano comunque depressione o entusiasmo smodati, a seconda dei casi. Quando l’Economist stroncava Berlusconi, ripetendo pari pari le medesime critiche profuse a tonnellate, e per anni, dalla stampa italiana, fu come se arrivasse la vidimazione ufficiale di ciò che noi, da soli, non avevamo autorevolezza né autorità né autorizzazione bastanti per poterlo dire. Oggi che Newsweek elogia Berlusconi, i giornali sono zeppi di dichiarazioni estatiche, quasi commosse, di politici di governo che si sentono come baciati in fronte dagli dei. In questa dipendenza emotiva da remoti desk di redazione, dove un paio di colleghi valenti ma neanche infallibili provano a fare un titolo sull’Italia piuttosto che su Paris Hilton o il mercato del caucciù, non c’è davvero misura, e forse neanche rimedio. Tanto vale affidare il compito di nominare il prossimo capo del Governo italiano direttamente all’Economist o al NYT o a Newsweek. In copertina comunque la Bellucci o la Ferrari o il Palio di Siena, per aiutare i lettori a capire di che cosa si sta parlando.

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