Una volta c’era la cosiddetta "analisi di classe", che interpretava quasi ogni cosa come la conseguenza diretta della struttura economica della società. Era un metodo rigido e sovente univoco, insegnato da piccoli maestri di partito non sempre coltissimi ma pieni di zelo. Ne avverto la nostalgia quando leggo, per esempio, che gli studenti del Sud hanno un rendimento inferiore a quelli del Nord: e nessuno che faccia osservare che in genere, guarda caso, le migliori condizioni economiche producono persone (e dunque anche studenti) meglio munite culturalmente, avvantaggiate da famiglie più colte, da viaggi più frequenti, città con più cinema, teatri, librerie. Tutti invece a blaterare di "insegnanti meridionali meno preparati", di un deficit non più di classe ma antropologico e quasi razziale. Tra le macerie del cosiddetto "socialismo scientifico", ecco s’avanza la ciancia "meritocratica" di una piccola borghesia nordista (una lumpen-borghesia, parafrasando Marx) che computa le sue cifrette statistiche come i conti della serva, e si accorge, caspita, che il Sud è maledettamente indietro, maledetto Sud. E nemmeno sospetta che le librerie (anche scolastiche, magari) rigurgitano di volumi di storici e sociologi con la barba, defunti da prima che nascesse la tivù, che proprio di questo parlavano. Mentre quei testi venerandi prendono la polvere, riusciranno i "corsi di recupero" della Gelmini a parificare la Sila a Milano Due?

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