Riuscire a mettere in dubbio le proprie convinzioni è un privilegio sempre più raro mano a mano che gli anni passano. Ringrazio dunque Adriano Sofri per esserci riuscito scrivendo su questo giornale a proposito di Solgenitsyn. Se era quasi ovvio l’elogio dell’oppositore alla dittatura e del tenace narratore dei gulag, lo era assai meno il quasi-elogio degli ultimi anni dello scrittore, l’antimodernista, il nazional-spiritualista, il nostalgico dell’"anima russa", il vecchio malmostoso che preferiva i boschi e la solitudine all’ingorda socialità fondata sui consumi. Siete proprio sicuri - dice in sostanza Sofri - che l’ultimo Solgenitsyn fosse così reazionario e "passatista"? Dopo le tante prove a proprio carico offerte dalla "modernità", dal suo convulso e inconcludente inseguimento a un benessere che si sposta sempre in avanti come un traguardo truccato, chi può essere così certo che sia davvero passatista (e non, magari, preveggente e rivoluzionario) preferire le betulle ai supermercati? Mi è tornato in mente "Walden o la vita nei boschi" dello scrittore-pensatore Thoreau, libro di formazione della mia giovinezza. Thoreau è una delle icone del pensiero democratico americano, su Solgenitsyn qualche dubbio mi resta: però Sofri ha ragione, oggi le carte sono così rimescolate che è molto, molto difficile capire chi è davvero passatista, chi davvero guarda avanti.

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