La sgomentevole spaccatura istituzionale di ieri, con il ministro della Difesa che rende onore ai "ragazzi di Salò" e il Capo dello Stato, seduto a pochi metri, che prova a rimettere le cose al loro posto, testimonia che siamo l’unico Paese europeo che non ha fatto i suoi conti con il fascismo. Probabilmente questo unicum si spiega con un altro, che lo precede e lo illustra: del fascismo siamo gli inventori, è uno dei pochi brevetti politici che ci compete, grazie al quale il piccolo-borghese Mussolini ha potuto mettere in scacco (a bastonate) la gracile borghesia democratica e liberale.
È poi toccato al post-comunista Napolitano ripassare l’abc della nostra breve storia democratica, ripetendo la distinzione tra bastonatori e bastonati, e tra antisemiti e antifascisti. Particolare che rende evidenti anche le ragioni per le quali sia difficile, in Italia, anche fare i conti con il comunismo: vecchi signori per bene, che del Pci furono, da giovani, la spina dorsale, paiono essere gli ultimi veri garanti dell’antifascismo (e tra i pochi eredi credibili della borghesia democratica: perfino per l’aspetto fisico), cosa che evidentemente mette qualche scrupolo quando si tratti di cancellarne la vicenda politica e congedarli dalla nostra storia. I conti definitivi col comunismo italiano, dunque, potranno essere fatti solo quando avremo davvero liquidato il fascismo, e quando non ci saranno più ministri, o sindaci, che avvolti nel tricolore pasticciano con la memoria della dittatura, della guerra e della persecuzione degli ebrei.

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