‟Credevamo di essere italiani, ora sappiamo di essere neri”. Così la famiglia di lavoratori immigrati che piange il suo Abdoul, ucciso a sprangate da due baristi milanesi. La frase dice tutto, veramente tutto quello che c’è da capire - ammesso che lo si voglia capire. Non si vive più come persone, in questo Paese, non più come individui, ma come appartenenti a sotto-categorie nazionali e razziali. Che sia l’orribile insulto "sporco negro" a risuonare, oppure la sciatta e velenosa abitudine mediatica di definire per razza o per nazionalità gli esseri umani (gli albanesi, i rumeni, i rom, i magrebini), si sta facendo strada una catastrofica tendenza alla semplificazione. Non solo il concetto democratico di cittadino, ma anche quello cristiano di persona vanno sbiadendo, perché richiedono la faticosa elaborazione di un giudizio caso per caso, di un rapporto umano che sappia distinguere e sappia scegliere. Sappia guardare negli occhi, un paio di occhi per volta e solo quelli.
Il giudizio all’ingrosso è più comodo e rapido, leva di mezzo l’incombenza di rapportarsi al prossimo, cancella scrupoli etici e fatiche umane. La definizione razziale degli esseri umani non è ancora razzismo, ma ne è la condizione di partenza: e perfino la sottolineatura dell’italianità di Abdoul (sarebbe stato meno grave, se a rimanere ucciso fosse stato uno straniero?) è figlia della nuova, disgustosa cultura politica che ha fatto dell’etnos un elemento decisivo.

Torna alle altre news >>