Si può essere più o meno legalitari, più o meno permissivi. Ma non c’è dubbio che le lievissime pene inflitte agli ultras napoletani che hanno sequestrato un treno, usato violenza a cose e persone, trasformato una domenica di tutti nel loro palcoscenico di paranoia, fanno pensare tutto il peggio possibile. Punire non è la soluzione di ogni problema, ma l’impunità è certamente la benzina di ogni tragedia. I gaglioffi che hanno trasformato gli stadi (e non solo) nel loro territorio di guerra non saranno la camorra o la mafia (anche se qualcuno di loro è camorrista e mafioso), ma fondano la loro visione delle cose sulla stessa identica cultura: stabilire una supremazia tribale, di cosca, di branco, e infliggerla ad ogni costo agli inermi, ai non imbrancati, ai liberi e pacifici. Di peggio c’è solo da aggiungere che, a reato commesso, a violenza perpetrata, gli ultras in questione intonano la lagna ipocrita del perseguitato, "in fondo che cosa ho fatto", "non è successo niente di così grave", e via frignando: e niente come la mano lieve del giudice, o le giustificazioni ridicole dei dirigenti calcistici co-tifosi, serve a confermarli nella loro convinzione che la loro guerra privata, gli autogrill svaligiati, i nemici picchiati o accoltellati, le stazioni ferroviarie occupate, siano in fondo solo un corollario della loro esuberanza giovanile. E’ uno dei pochi veri casi, quello degli ultras, nei quali la certezza della pena non solleverebbe alcuno scrupolo garantista.

Torna alle altre news >>