Spiega Massimo Cacciari che lui non andrà a Roma il 25 ottobre perché la piazza la lascia "ai demagoghi". La frase ha una sua suggestione e perfino una sua (discutibile) ragione politica, ma ha il torto di provenire da un uomo affermato, celebre e (nel suo piccolo) anche potente. La piazza esiste per dare voce e se possibile fiducia alle persone semplici e anonime, quelle che, contando poco, magari hanno necessità di contarsi. La sinistra queste cose, un tempo, le sapeva, e anche laddove le piazze gremite fossero servite soprattutto alle nomenklature per raccogliere applausi, era ben salda la convinzione (democratica) che la politica o è un’esperienza di massa, o non è.
Tra le nomenklature con piazza e quelle senza piazza, le seconde sono forse più al riparo dalle aborrite tentazioni "demagogiche", e possono più confortevolmente avere certezza del proprio carisma nelle sale conferenze, negli istituti di cultura o nelle università. Ma le prime hanno il merito di credere ancora che fare politica costringa a contaminarsi con i grandi numeri, e perfino con l’abbraccio magari un po’ banale ma caloroso di una folla. Nessuno è obbligato a partecipare a una manifestazione, ma nessun politico è così autorevole e intelligente da bastare a se stesso. Le nobili solitudini sono eccellenti ripari per scrittori, pensatori, anacoreti. Chi fa politica la fa anche perché è rassegnato a una rumorosa promiscuità.

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