Le croci celtiche e i saluti fascisti c’erano anche (per esempio) al comizio elettorale di Berlusconi a Napoli, parte minoritaria ma molto festante di una coalizione che nelle ultime legislature ha spesso e volentieri ammesso nelle sue liste elettorali fascisti militanti. Da Ciarrapico alla Mussolini, da Azione Sociale a Forza Nuova alla gioventù storaciana, il neofascismo si considera parte organica e legittima della destra di questo paese, e ha messo a profitto il vento favorevole, e di lungo corso, del revisionismo. E dunque, a che cosa si devono la sorpresa e lo sgomento di tante dichiarazioni politiche dopo la gazzarra di Sofia? È mai stata, questa maggioranza, antifascista, se non nelle parole chiare e isolate di Gianfranco Fini? Se il premier dichiara ai giornalisti, con uno smagliante sorriso, che lui dell’antifascismo se ne frega, e se non ha mai partecipato una sola volta alla festa nazionale del 25 aprile, natale della democrazia italiana, perché mai i poveri untorelli di Ultras Italia avrebbero dovuto, soli soletti, decidere che non è il caso di essere fascisti e fare i fascisti? In politica una certa dose di ipocrisia è anche prevista: ma scoprire l’antifascismo solo perché le televisioni di tutta Europa identificano l’Italia con certi ceffi, rischiando di incrinare l’immagine della destra di potere, non è neanche ipocrisia. È miseria politica.

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