Se è vero che ogni movimento progressista, per crescere e magari vincere, ha bisogno di un’utopia, o per lo meno di un grande azzardo, Veltroni sabato scorso l’ha enunciato con assoluta precisione. Questo Paese - ha detto - è migliore della destra che lo governa. Diciamo la verità: non ci crede quasi nessuno, neanche tra gli elettori di Veltroni. Chi più chi meno, siamo abbastanza convinti che questo Paese sia esattamente il Paese che ha eletto Berlusconi, indifferente al conflitto d’interessi, alle balle, alla prepotenza, alla demagogia, allo scardinamento dell’antifascismo e dello spirito costituente, all’infimo livello (culturale e morale) di buona parte della corte che circonda il leader. È un Paese che, per prendere le misure al berlusconismo, ha avuto vent’anni di tempo. E le ha prese così bene da rieleggerlo trionfalmente. Questa è la democrazia, e amen. In questo quadro, il solo pensiero davvero rivoluzionario che ci resta è ritenere che questo processo populista e neo-reazionario sia rimediabile e addirittura reversibile. Quando Veltroni ha pronunciato quella frase, nonostante l’abitudine a un ragionevole scetticismo, e nonostante una passione politica oramai tiepidissima, mi si sono inumiditi gli occhi. Non perché ci creda, ma perché ci spero, ci spero con l’irragionevole energia di chi, se pure è rassegnato a un bilancio politico e civile seccamente negativo, ha figli, e non augura loro di crescere in un posto dove le regole le fa il più ricco, il più forte, il più furbo.

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