Neanche il dolore più fondo può spiegare del tutto la furia e l’odio dispiegati a Palermo attorno ai funerali di due poveri ragazzi che si sono schiantati, in senso vietato, su un motorino senza assicurazione, per sfuggire a un controllo della polizia. Odio contro le forze dell’ordine, contro lo Stato e contro la legge, visti come carnefici, come persecutori, come minacciosi tutori di regole incomprensibili. Non una sola delle maledizioni urlate per le strade, tra cassonetti in fiamme, era rivolta contro la dannata corsa in moto. Le stesse scene di popolo disperato e ribelle che si oppone, a Napoli, all’arresto dei malavitosi. Solo un’assoluta alienità (di cultura, di sentimenti, di aspirazioni di vita) può spiegare una così totale ostilità a quella somma di regole e di comportamenti che noi chiamiamo Stato, ed evidentemente non è percepito, in quei quartieri, in quelle vite, se non come dispensatore di aiuti e favori, oppure, quando il vento gira, come oppressore. Impressionante e disperante è la permanenza, in settori così vasti della società italiana e specialmente meridionale, di un’idea di comunità che nasce e muore lungo pochi isolati, poche famiglie, e non riconosce regole se non le proprie, le stesse che portano alla povertà, alla soggezione, alla malavita. La polizia è come un esercito straniero. Le sue eventuali vittime, caduti in guerra.

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