Beh, ogni tanto capita ancora di imbattersi in uno straccio di motivo per sentirsi orgogliosamente di sinistra. Per esempio le parole e i pensieri di Sabina Rossa, parlamentare del Pd, figlia dell’operaio comunista Guido Rossa ucciso dai brigatisti nel ‘79. Chiede che uno degli assassini del padre venga scarcerato dopo 28 anni di carcere. Lo chiede perché 28 anni sono tanti, e soprattutto perché crede fermamente in un principio molto civile oltre che molto ragionevole: il valore riabilitativo della pena. In più, Sabina Rossa mantiene a debita distanza la delicatissima, privatissima materia del perdono, così spesso oggetto di indecenti traffici mediatici, di chiacchiere mielose, di dibattiti tanto inconsistenti quanto invadenti. La giustizia è ambito pubblico, le emozioni e il dolore ambito privato. La compostezza di Sabina è ammirevole, ma non cade dalle stelle. Proviene da una cultura civile e da una concezione della legge che nel suo caso ha radici familiari. Si riconoscono una misura, un senso di responsabilità, un’assenza di demagogia che sono le migliori virtù democratiche. Tanto è vero che, da qualunque parte le si voglia prendere, le sue parole non possono essere strumentalizzate né dalle vittime né dai carnefici, né dai forcaioli né dai garantisti. Semplicemente: la ragione ogni tanto ha ragione. E riesce a chiudere il cerchio.

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