La cosa più interessante, e più bella, che potrebbe scaturire dal nuovo movimento degli studenti è che la sua crescita provochi un vero, fertile cortocircuito culturale con il mondo degli adulti: con i giornali, con i partiti, con la televisione, con i centri sociali, con tutto il vecchio decrepito alfabeto di un’Italia ufficiale che non dispone più delle parole giuste neanche per definire se stessa. Se si ricordano con qualche nostalgia gli anni Sessanta non è certo per ragioni politiche. E’ perché allora quel cortocircuito ci fu (‟non fidarti di chi ha più di trent’anni”), e costrinse i ragazzi a fabbricarsi ex-novo parole, musica, giornali, letteratura, teatro, cinema, satira, modi di vita. Da troppi anni, diciamo da almeno tre decenni, questo salvifico ricambio di sguardo, di idee, di linguaggio, non è più avvenuto. E se diciamo che l’Italia è un paese vecchio non è solo per ragioni anagrafiche: è soprattutto perché appare totalmente ingombro delle masserizie politico-sentimentali di un paio di generazioni almeno. Farsi spazio in mezzo a questo ristagno colloso, suadente, castrante, non dev’essere facile, ma la vera scommessa, a vent’anni, è proprio quella. Il giorno che da un corteo o da un manifesto uscisse una parola che «chi ha più di trent’anni» non può capire, quello sarebbe un gran bel giorno, perché vorrebbe dire che è finalmente nata una generazione nuova.

Torna alle altre news >>