A casa ho uno scaffale lungo un chilometro per ospitare saggi, libelli e pamphlet sulla crisi della sinistra. Alcuni di ottima qualità (vedi le new entry di Berselli e Barenghi), ma tutti a rischio di inflazione per almeno due motivi: il primo è che la sinistra è effettivamente in crisi, il secondo è che i suoi intellettuali traggono dalla crisi ispirazione quasi infinita. Accanto c’è uno scaffalino vuoto. E’ quello destinato ai libri sulla crisi della destra. In attesa di qualche titolo ci ho messo un paio di piantine grasse, e ho pensato che le ragioni di questo vuoto possono essere due. La prima ragione è che la destra italiana non è affatto in crisi, e anzi gode di una salute invidiabile: alto profilo culturale (vedi il premier), febbrile vita democratica (vedi il vivace dibattito interno a Forza Italia e Lega), coralità negli orientamenti di fondo (vedi il nazionalismo di An e l’antitalianità della Lega). La seconda ragione è che anche se la destra fosse in crisi, ha la fortuna di avere intellettuali che non se ne danno troppa pena, o perché allegri di carattere, o perché preferiscono leggere Pound e Cioran piuttosto che analizzare il pensiero di La Russa e Gasparri (e come dare loro torto?). In conclusione, dicesi sinistra ciò che per definizione e forse per morbosa attrazione è sempre in crisi. Dicesi destra ciò che considera troppo faticoso o forse inutile fare due chiacchiere a proposito di se stessa. Poi ci sarebbe il centro, ma francamente un libro sulla crisi del centro non avrebbe un bacino di utenza che giustifichi la tiratura.

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