L’interminabile querelle sulla santificazione di papa Pacelli, ritenuto da alcuni un molto flebile osteggiatore del nazismo e dell’antisemitismo, potrebbe essere in breve sdrammatizzata. Non tanto perché, dopotutto, è una tipica questione interna della Chiesa (ognuno venera chi meglio crede). Quanto perché il ritmo di produzione di nuovi santi è così galoppante da avere già inflazionato questo status un tempo così raro e prestigioso, rendendo in fondo meno grave l’eventuale nomina di un immeritevole. Diciamo, misurando a palmi le complicatissime gerarchie spirituali e materiali del cattolicesimo, che se prima un santo equivaleva almeno a un Commendatore, oggi a causa del gran numero è a malapena un Cavaliere, titolo che, come si sa, non si nega quasi a nessuno. Il solo Giovanni Paolo II nel suo pontificato ne ha nominati tanti quanti nei due millenni precedenti, mettendoci di fronte a una doppia interpretazione possibile: o l’umanità, negli ultimi spiccioli di storia, ha aumentato in progressione geometrica bontà e virtù, e solo il Vaticano se ne è accorto, oppure effettivamente il vaglio della santità è molto meno selettivo che in passato. Nel dubbio, la sola certezza è che i santi sono oramai una folla, e che nella folla non solo c’è posto per tutti, ma è più facile passare inosservati.

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