Quante probabilità ha, ognuno di noi, di morire per terrorismo? Qualcuna certamente sì, specialmente se viaggia parecchio. Se questa incognita dovesse bastare a mutare le abitudini del mondo, il terrorismo avrebbe già vinto. La sua minaccia virtuale, onnipresente, incombente, conterebbe cento volte più della sua reale potenza di fuoco.
Fortunatamente l’inerzia della vita, e perfino l’incoscienza degli uomini, sono invincibili. Già dopo Ground Zero, misurando l’angoscia infinita di quei momenti, si pensò che "niente sarebbe stato più come prima", si preconizzò la fine del turismo, l’impenetrabilità delle frontiere, il collasso dei trasporti, la Paura come nuova sovrana del pianeta. In breve quei bipedi formicolanti e irrefrenabili che siamo ricominciarono a circolare, sgomitare, fare programmi. Per una genia che è riuscita a sopravvivere alle due ultime guerre mondiali, le stilettate a tradimento che il terrorismo riesce a infliggere al mappamondo sono una ferita infame, ma rimarginabile in tempi molto più brevi. Abituarsi alla paura deve fare parte, di qui in poi, dell’addestramento alla vita di ogni persona pacifica e socievole. È soprattutto su questo terreno, quello della quotidianità mediocre ma invincibile, che il terrorismo perderà la sua guerra. Miliardi di pecore sono molto più forti di poche migliaia di jene.

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