In non so quale telegiornale è andato in onda, purtroppo solo per pochi secondi, un servizio straordinario: il sequestro di una gigantesca partita di coniglietti di Playboy contraffatti dai cinesi, e acquistati da un anziano commerciante di Padova. Qualche finanziere coreografo (un applauso!), forse intuendo la potenza metaforica dell’allestimento, li aveva levati dai cartoni e schierati a perdita d’occhio nel capannone dove l’esercito di peluche era stato snidato. Una distesa memorabile di coniglietti tutti uguali, tutti falsi, tutti disperatamente brutti, deportati da un emisfero all’altro per transitare nei mercatini di poco conto, nelle cartolibrerie in tiro natalizio, per poi finire nelle camerette dei bimbi meno abbienti, dei fidanzatini più rassegnati. Stringeva il cuore l’immagine di una serialità mediocre e mesta, di una globalizzazione peggiorativa e spietatamente cheap, dietro la quale si poteva solo immaginare la povera adrenalina di un business recessivo, anch’esso cheap e anch’esso disperato. Ma soprattutto colpivano loro, la folla immensa dei conigli sub-griffati e malcuciti, magari ripieni di qualche fuffa residuata dal tessile made in China. Impossibile immaginare, in quel mortorio dagli occhi vitrei e dalle orecchie flosce, uno Spartaco che si erga a guidare la ribellione, o almeno una toy-story di serie B, con fuga dal capannone e palingenesi conigliesca.

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