Si saltano a pié pari, come totale leggerezza, le paginate di giornale dedicate al cosiddetto "caso Mastella". Che caso non è, ma appena la reiterazione infinita di un politicantismo noioso e vecchio come il cucco. Risaputo che Mastella galleggia da secoli in quella zona grigia che separa o meglio unisce destra e sinistra, generosamente definita "centro" tanto per darle un nome, non si vede dove stia la novità del suo neo-neo-berlusconismo. Da tempo si è persa nozione del tracciato politico mastelliano, di quel barcamenarsi da italiano morbido e serenamente fedifrago. È stato di qui e poi di là, di là e ancora di qui, riuscendo a travestire in "pause di riflessione" - per chi ci crede - le sue brevi vacanze dal potere. Ha fatto cadere, en passant, un governo che aveva comunque l’irreparabile colpa di averlo tra i suoi esponenti, rendendo poco memorabile e poco "storico" perfino un voltafaccia che appartiene alla routine più classica del trasformismo nazionale. Non gli si riconosce un solo concetto memorabile, una sola battaglia politica degna di questo nome, essendo la sua presenza segnata dal minuetto delle alleanze e mai da un qualche valore politico o culturale. Non capiamo i toni quasi scespiriani con i quali, incredibilmente, qualcuno ancora descrive Mastella come un tenebroso "traditore", o un efferato uomo di potere, quando è appena un laborioso traslocatore di se stesso. In fondo, a suo modo, un lavoratore.

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