Esiziale sconquasso nella sinistra (una sola vera domanda: dopo la morte, avremo la chance di una reincarnazione, sia pure in ciuco o in bacarozzo?). Dentro lo sconquasso sono i dettagli, come sempre, a darci la misura delle cose. Colpisce, per esempio, l’immunità concessa dalla Camera all’onorevole Katia Bellillo, querelata da Sabrina Ferilli per diffamazione (Repubblica di ieri, cronaca di Alessandra Longo). Non entro nel merito della intricata questione. Mi limito a notare che delle due signore l’una, semplice cittadina, non potrà chiedere conto all’altra, parlamentare. Che colleghi e colleghe di Bellillo, con il loro voto, l’hanno messa al riparo da ogni giudizio (anche assolutorio) e dunque l’hanno collocata su un piano oggettivamente più alto e meglio tutelato rispetto alla cittadina Ferilli. Che nel dissidio tra l’elettrice e l’eletta l’impari condizione è stata sancita, una volta di più, dal corporativismo di un personale politico oramai così stordito da non rendersi conto che di ora in ora la sua reputazione si fa sempre più precaria. Bellillo è donna animosa e di sinistra-sinistra. È stata sfiorata dal pensiero che chiedere l’autorizzazione a procedere, non comportando il capestro o l’esilio, avrebbe reso onore al suo ruolo e al suo essere "dalla parte della gente"? Evidentemente no, non è stata sfiorata, e insieme a lei tutto il confuso mondo degli eletti. L’effetto è quello di una piccola nota stonata in più emessa dall’orchestra del Titanic.

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