Se davvero al quarantenne Obama verranno i capelli grigi per le fatiche del potere, quaggiù in provincia diventerà inevitabile riflettere sullo scalpo transgenico del nostro reggitore ultrasettantenne. Tra i pochi vantaggi del provincialismo c’è un utile complesso di inferiorità che a volte aiuta a considerare con qualche soggezione quanto accade in luoghi meno decentrati, più metropolitani e più al corrente. Se a Washington il capo è un ragazzo che indossa le tracce del tempo con sorridente nonchalance, che effetto farà a Trani o a Vicenza avere per capo un anziano che si lifta e si imbelletta come un tenore messicano sul viale del tramonto? Chissà che quel deprimente effetto imitativo che ci rende goffi emuli dell’America non inneschi, per una volta, un circolo virtuoso. E si cominci a considerare poco à la page avere una faccia da rifattona o da rifattone, specie se quella faccia campeggia come pubblica icona di fianco al tricolore. E piano piano gli eserciti di commesse e di impiegati, di operai e di casalinghe, cogliendo nel progressivo invecchiamento di Obama tutto lo charme di chi con il tempo si allea piuttosto che combatterlo, considerino desueto il leader abbronzato (il nostro, ovviamente) e si invaghiscano invece dell’onesto, veritiero imbiancarsi del presidente d’America.

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