Tradotto dalle patrie galere alla più confortevole detenzione televisiva, il povero romeno Ratz nel volgere di un attimo è passato dalla lapidazione all’assunzione. Un bravo chef siciliano gli ha offerto un posto di lavoro che la grande maggioranza degli immigrati neanche sogna. E’ dunque ufficiale: Ratz non è uno stupratore, è un pasticcere.
La struttura deamicissiana della vicenda ha l’indubbio vantaggio (per Ratz) del lieto fine. Per tutti gli altri, c’è lo svantaggio della smodatezza emotiva che evidentemente affligge la nostra comunità nazionale. L’orribile linciaggio di un povero cristo estraneo ai fatti è stato il preludio alla sua lacrimevole beatificazione televisiva. Dalle spelonche del pregiudizio razziale all’empireo della fama, nel pantheon dei perseguitati: mancava solo il televoto per farlo santo subito. In mezzo cioè al livello del suolo, al livello della prosaica ragionevolezza - il nulla. O stronzi o buonissimi, possibile che non sappiamo essere altro? Forse quella tappa intermedia che si chiama buon senso, che si chiama pacatezza, che si chiama riflessione, è troppo difficile da tradurre in commedia, e dunque a un romeno normale, né carnefice né martire, non sapremmo trovare un posto nel cast. Dev’essere per questo che gli immigrati, in genere gente normale, faticano a inserirsi.

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