I dati sull’informazione politica dei telegiornali Mediaset relativi al mese di marzo sono – come si dice con formula retorica – indegni di una democrazia. Il padrone di Mediaset nonché capo del governo ha avuto, da solo, più spazio di tutti gli altri esponenti di partito messi insieme. Quasi l’ottanta per cento del minutaggio è andato alla maggioranza, meno del 15 per cento all’opposizione, il resto a uomini delle istituzioni.
È perfettamente vero che questo schifo non trova una definizione tecnica convincente nella parola "regime". Si chiama conformismo, o servilismo, o pigrizia intellettuale, o docilità professionale, o zelo aziendalista, ed è molto peggio, perché affonda le sue radici non in regole liberticide o in censure conclamate, ma nella progressiva assuefazione di un paese intero (metà felice, metà rassegnato o meglio sfinito) all’incivile assetto dell’informazione in Italia. Rispetto a un regime, il risultato non cambia: la voce del potere sovrasta e quasi cancella quella dell’opposizione. Se oggi Massimo D’Alema tornasse in visita a Mediaset per ripetere (come fece giustamente da segretario del Pds) che quell’azienda è patrimonio del paese, dovrebbe citofonare a lungo prima che gli mandino un usciere a ringraziare per il disturbo.

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