Nessuna persona di buon senso può augurarsi che la tensione sociale (vedi i recenti episodi francesi di rabbia operaia contro il management) degeneri. Ma nessuna persona di buon senso può pensare che questo clima sia il frutto di un occasionale malessere, o di un improvvido rigurgito ideologico. Secondo dati Ocse, negli anni Sessanta in Italia un presidente di azienda guadagnava 50 volte più di un operaio. Oggi, 300 volte di più. Negli Usa, 400 volte. Quanto si dice da anni come se fosse uno dei tanti e freddi parametri economici, e cioè che il gap tra ricchi e poveri è smisuratamente aumentato, non può non avere conseguenze sociali. (Sempre secondo l´Ocse, i 1100 uomini più ricchi del mondo possiedono, da soli, ricchezze superiori ai due miliardi e mezzo di esseri umani col reddito più basso).
Le società di mercato hanno vinto la loro sfida contro le stagnanti economie socialiste perché garantivano a moltitudini di uomini prospettive di miglioramento, e davano l´impressione che l´ingiustizia sociale potesse diminuire grazie alla libertà d´impresa e alla redistribuzione del profitto. Ma non è questo che è accaduto. E non è l´ideologia, oggi, ma la nuda realtà a ridare forza e significato a quella che una volta si chiamava lotta di classe. Trovate un sinonimo più confacente ai vostri gusti, se volete: ma di questo si tratta.

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