"Una madre vale di più di un feto". Sono parole del professor Carlo Flamigni in margine alla sentenza della Consulta sulla fecondazione assistita. Sintesi, quella di Flamigni, brutale ma efficace, che ha il pregio di puntare al cuore della questione: a chi appartiene il corpo delle donne, chi lo controlla, chi lo amministra e lo indirizza? A rigor di logica, "io sono mia" sarebbe lo slogan più pleonastico della storia umana (come è possibile che il corpo di un individuo NON appartenga a quello stesso individuo?), non fosse che sul corpo femminile si esercita, dall’alba dei tempi, il più agguerrito e diffuso controllo sociale.
In questo ultimo caso, un sinedrio di maschi anziani, influenzando un Parlamento a larga prevalenza maschile, aveva stabilito come, se e quando il corpo delle donne potesse rendersi disponibile alla fecondazione assistita: fino ad anteporre i "diritti" degli embrioni a quelli delle donne. Tanto nella costrizione alla maternità (negare l’aborto) quanto nell’impedire alle donne una vera e completa autonomia nella scelta di maternità, per il sedicente "partito della vita" è sempre fondamentale ribadire che "io non sono mia".

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