Una disputa legale stupefacente contrappone Woody Allen a una ditta di abbigliamento americana. La disputa è stupefacente perché non è una disputa. O perlomeno, non lo sarebbe se non fossimo diventati una società di pazzi. Sentite un po’: la ditta, senza il consenso di Allen, ha usato una sua fotografia per pubblicizzare i suoi prodotti. Di fronte alla reazione molto seccata di Allen, che ha chiesto i danni per dieci milioni di dollari, il titolare della ditta, invece di scusarsi e restituire il maltolto (ovvero, restituire la faccia al suo unico proprietario), ha obiettato che Allen è una specie di depravato sessuale e che la sua immagine pubblica è caduta molto in basso (come per dire: ho scelto un testimonial da schifo e quello, invece di ringraziarmi, mi chiede i danni).
Senza scomodare l’etica o la morale, basterebbe il buon senso a suggerire che per fare il testimonial di un prodotto è indispensabile una pre-condizione: che il testimonial, essendo una persona vivente, sia d’accordo. Allen non era d’accordo, e per soprammisura, oltre al furto di immagine, deve subire le contumelie di chi gli ha scippato la faccia. Se ne deduce che il business, e la pubblicità che ne è uno dei bracci armati, hanno definitivamente perduto ogni misura, ogni logica e ogni senso della realtà. E che Obama ha molto, davvero molto da lavorare.

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