Grazie alla (bella) trasmissione di Giuliano Ferrara su Radio 24, credo di avere capito meglio una cosa fino adesso solo intuita. È stato quando il direttore del "Giornale", esponendo il suo disgusto per le vignette di Vauro, ha tirato in ballo "il comune senso del pudore". È un concetto molto datato: era molto in voga negli anni Cinquanta e Sessanta. Esprimeva – nelle sentenze censorie di giudici e pretori, nell’esecrazione bene organizzata delle parrocchie e dei giornali conservatori (quasi tutti, allora) – lo spavento di un’Italia piccola e piccolo borghese, cattolica nel senso più meschino e meno cristiano del termine, di fronte al magma nascente del "moderno". Quanto quel "moderno" fosse (anche) degenerativo lo spiegò benissimo Pasolini. Ma quanto quell’"antico" così reazionario, e così impaurito, fosse intollerante (penso al processo Braibanti, allo scandalo per la ribellione di Franca Viola che non volle sposare il suo "rapitore", alle furenti polemiche contro "La dolce vita" e l’arte "degenerata") ce lo eravamo dimenticato. Nello spregio odierno contro i cosiddetti radical chic si ripresenta, aggiornata, la manipolazione della diffidenza "popolare" contro intellettuali e artisti (tale è Vauro) che propugnano idee "corrotte" e tramano contro l’integrità morale e politica della maggioranza. Chi agita il fantasma del fascismo e degli anni Trenta può, in certo modo, rassicurarsi: siamo retrocessi solo fino ai Cinquanta. In fondo abbiamo avuto lo sconto.

Torna alle altre news >>