Siamo tutti suoi ostaggi, questa è la verità. Non vorremmo saperne niente: di lui, delle sue favorite, della ragazzina napoletana che lo chiama "papi", dell’ira di sua moglie, del padre che minaccia di darsi fuoco perché la sua figliola non figura nel cast delle eurocandidate in bikini. Vorremmo avere altro davanti agli occhi, non questa pazzesca soap opera nella quale siamo tutti scritturati come comparse senza che nessuno ci abbia mai avvertito, non questa parodia di Bisanzio che non ha neppure la malinconica grandezza della decadenza di un impero (bisogna avercelo avuto, l’impero, per concedersi il lusso di decadere).
Vorremmo riaprire l’agenda delle cose normali, delle faccende vitali della vita corrente, ma qualunque pagina apriamo ci troviamo davanti o lui o la sua corte o i suoi boys in giacca e cravatta o il suo codazzo di ragazze pon-pon o la sua ex famiglia in tumulto o il suo popolo osannante e suicida, e oramai in qualunque pertugio della vita pubblica ci sono le tracce del suo passaggio, c’è il suo timbro, il suo odore di follia. Tutto è intriso di lui, dal terremoto al 25 aprile, dalla televisione alle strade di Roma, dalla Brianza alla tangenziale di Napoli, dalle ville agli inceneritori, dagli editoriali a YouTube. Chissà com’era, l’Italia, prima di lui. Chissà se esisteva, l’Italia, prima di lui.

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