Sta diventando perfino stucchevole l’abitudine di paragonare il nostro costume politico a quello delle altre democrazie. Stucchevole, ma inevitabile. La disponibilità e soprattutto il contegno con il quale Obama ha affrontato (sapendo che ci sarebbero stati) i fischi degli antiabortisti all’università cattolica di Notre Dame non discendono solo dal coraggio politico di un leader. Discendono da una concezione della democrazia - e delle sue rudezze - che non appartiene, evidentemente, ai nostri suscettibili e fragili capi e capetti. Non solo nelle piazze, ma anche nei dibattiti televisivi e rispondendo (o non rispondendo) alle domande dei giornalisti, il dissenso viene quasi sempre inteso come un affronto personale, o l’imprevisto boicottaggio del sereno disbrigo della propaganda di partito. Praticanti inesausti dell’interruzione dei discorsi altrui (tra i maestri indiscussi Gasparri e Ghedini), si infurentiscono e si inceppano quando un intoppo interrompe le loro liturgie verbali. Obama, che ha qualche responsabilità in più rispetto ai sunnominati, ha guardato in silenzioi suoi contestatori, ha atteso che si sfogassero e ha rivolto proprio a loro una replica non ipocrita, e però gentile. Molti fischi si sono trasformati in applausi. Lezione numero uno: ascoltare l’avversario. Lezione numero due: fare in modo che anche lui sia costretto ad ascoltarti.

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