Il copione dei referendum è ormai lo stesso da una ventina d’anni. Un gruppo di cittadini in genere molto stimabili pone quesiti nobili e spesso intricati al popolo sovrano, il quale, per dirla come va detta, o se ne stropiccia a prescindere, oppure si sente estraneo al latinorum istituzionale. Già così il quadro referendario richiederebbe vigorosi ritocchi. Ma il peggio, forse, è che a urne chiuse ci tocca lo spettacolo, penosissimo, dei parassiti politici che piantano la loro bandierina sul non voto.
La volta scorsa (referendum abrogativo sulla legge contro la fecondazione assistita) furono i clericali a vantare il settanta per cento di non votanti come cosa loro, coprendosi di ridicolo. Questa volta è la Lega a gongolare, come se i tre quarti degli italiani fossero rimasti a casa in omaggio all’egemonia delle valli prealpine e alla legge-porcata di Calderoli. In realtà è proprio a causa di quella legge disgustosa, che la Lega espone in bacheca come il suo trofeo politico più ragguardevole (complimenti vivissimi!), che si è scomodato il Paese, chiamandolo alle urne. Un ritegnoso silenzio sarebbe stato dunque consigliabile, visto che la Lega, di questo referendum, non è il vincitore, ma la causa.

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